Questo sito si serve dei cookie per fornire servizi. Utilizzando questo sito acconsenti all’utilizzo dei cookie.
Viaggi - Osservatorio sul turismo di qualità
Ponte Vecchio, Firenze

Anche la più piccola strada di Firenze può rivelare segreti, leggende e curiosità. Ma ciò che sorprende è la storia dei personaggi che l’hanno popolata, contribuendo a crearne il mito attraverso l’arte e la cultura. Antonio Paolucci, ex soprintendente del polo museale fiorentino svela i percorsi più ricercati

Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani
Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani

L’ Italia è sempre stata considerata un vero “museo a cielo aperto” e Firenze riassume in sé tutti gli elementi che possono giustificare questa definizione. Ogni angolo della città pullula di arte e di storia. Dagli scorci più noti a quelli più nascosti la ricchezza culturale di Firenze pervade ogni spazio e chi vive o visita la città non può non rimanerne affascinato. Sono tante le strade, i palazzi o i giardini ancora intatti che svelano storie che affondano le radici nella magnificenza del Rinascimento ma non solo. L’attenzione e la valorizzazione che la dinastia dei Medici ha dedicato all’arte ha reso Firenze una delle più grandi capitali della cultura. «La piccola Firenze, insignificante nel quadro politico europeo – sottolinea il professor Antonio Paolucci - grazie ai Medici e alla loro politica di mecenati è diventata una grande potenza culturale».

Cosa rappresenta per lei Firenze?
«Firenze è la mia città. È la città che ho servito come soprintendente per quasi 20 anni. Posso dire di conoscerla, anche se non basterebbero 10 vite per farlo».

Se dovesse condurre chi ha già visitato le classiche mete di Firenze, alla scoperta di luoghi e opere meno note della città, quale percorso lo inviterebbe a seguire?
«Se dovessi consigliare a qualcuno un percorso per capire gli aspetti più caratterizzanti, quelli che veramente fanno il profilo, la storia e l’immagine della città gli direi di andare in via San Niccolò, che è una strada che si arrampica dopo Ponte Vecchio. È un pezzo della città rimasto praticamente intatto. La strada sale in curva e vi si trovano palazzi quattrocenteschi. Dai muri sulla destra, quelli che guardano il colle di Belvedere, sporgono alberi rampicanti, più in alto si trova il Giardino Bardini, villa che è stata del famoso antiquario Stefano Bardini; salendo ancora si arriva a San Miniato. Vorrei portare chi viene a Firenze in piazza della Santissima Annunziata, una piazza perfetta che potrebbe ospitare una commedia di Shakespeare o del Bandello o una favola dell’Ariosto. È assolutamente intatta con i suoi portici, con il santuario, con le fontane del Tacca che fiancheggiano i due porticati; poi suggerirei al mio ospite di entrare nella chiesa e visitare la prima cappella a sinistra, Cappella Feroni, dove il Barocco che è sempre stato ostico per i fiorentini proprio lì fa le sue prove».

Proseguendo il percorso quali altri angoli interessanti si possono scoprire?
«Bisogna assolutamente visitare San Miniato al Monte e fermarsi nella cappella del Cardinale del Portogallo che è un’opera mirabile, scolpita, dal Rossellino un grande artista del Quattrocento. Questo giovane prelato che veniva dal Portogallo morì a Firenze ed ebbe la fortuna di avere in San Miniato al Monte, con la vista sulla città, la tomba più bella che si potesse immaginare. Poi direi ancora di andare a Boboli, non nel giardino che tutti conoscono, ma in un piccolo edificio che era un luogo di ritiro e di piacere dei granduchi che si chiama il Villino del Cavaliere, con vista sulle colline di Firenze».

Che cosa c’è di speciale nell’edificio?
«Una collezione di porcellane straordinarie, le più belle ceramiche di San Pietroburgo, di Vienna, di Napoli, di Milano e di Desdra, tutte raccolte minuziosamente. E dalla cima di Boboli bisognerebbe guardarsi intorno e capire qual è il segreto di Firenze. L’aveva già capito Giorgio Vasari che diceva: “Questa è una città circondata da montagne e colline come il Monte Morello, come una specie di anello d’oro che sta intorno Firenze. E le montagne sono invidiose della Cupola del Brunelleschi”. Anche il cielo è invidioso della Cupola di Firenze, tanto che il Vasari diceva: “Tutti i dì i fulmini la percuotono”. La trovo un’immagine bellissima della gloria fiorentina».

Le bellezze di Firenze sono davvero infinite, c’è ancora una zona ricca di storia che consiglierebbe?
«Invito chi viene a Firenze a girare anche per le strade che stanno nella zona di Santo Spirito. Via delle Caldaie per esempio, oppure Borgo Tegolaio, nomi antichi lungo i quali si incontrano palazzi signorili come Palazzo Guadagni, chiese o oratori pieni di capolavori come S. Monica o la chiesa di Serumido. Gli Uffizi sono da visitare, ma non tanto per vedere i quadri di Botticelli che tutti conoscono, basta limitarsi a camminare lungo i corridoi, affacciarsi sul tratto che guarda il fiume Arno, guardare il fiume, le colline intorno, i tetti della città. Da tutto ciò si capisce che a Firenze la bellezza è pervasiva, entra dappertutto. Questa è un’esperienza che si può fare solo a Firenze, perché la sua bellezza è un dato unificante».

I suoi studi sulla dinastia dei Medici l’hanno portata alla scoperta di opere d’arte finora sconosciute?
«No. Io ho studiato opere d’arte finanziate dai Medici, come le opere di Botticelli o la cappella di Michelangelo in San Lorenzo, ma ho capito soprattutto che i Medici, dinastia di uno stato insignificante come il granducato di Toscana, che non contava nulla di fronte alla grandi cancellerie delle potenze europee, avevano fatto un discorso molto intelligente, che i politici dovrebbero fare anche oggi, ovvero per farsi conoscere e per essere autorevoli hanno puntato sulla cultura e sull’arte. E hanno investito somme colossali nelle opere e nei monumenti».

Lei ha dichiarato di essere molto legato al Museo del Bargello. Cosa rappresenta?
«Vengo da una famiglia di antiquari e sono affascinato dalla diversità e dalla pluralità. Nel Bargello c’è tutto. C’è la pittura, la scultura, ci sono le armi, i bronzi, gli avori, i coralli, gli argenti; c’è la gioielleria, le stoffe, i cuoi operati, i mobili intarsiati. È come entrare nella bottega di un antiquario, ma la più bella del mondo. Se esiste un paradiso per gli antiquari e gli storici dell’arte è il Bargello».

Quale opera presente in questo museo le è più cara?
«L’opera a cui sono più legato è La dama col mazzolino, opera di Verrocchio, rappresenta una donna, ma non sappiamo chi fosse. Nella bottega del Verrocchio in quegli anni c’era anche Leonardo Da Vinci e probabilmente le mani di questa donna, le mani che porta al seno, mani vibranti, sensitive, che stringono questo piccolo mazzolino di fiori sono uno degli episodi di arte più toccante che si possa immaginare».

Lei ha dichiarato di essere molto legato al Museo del Bargello. Cosa rappresenta?
«Vengo da una famiglia di antiquari e sono affascinato dalla diversità e dalla pluralità. Nel Bargello c’è tutto. C’è la pittura, la scultura, ci sono le armi, i bronzi, gli avori, i coralli, gli argenti; c’è la gioielleria, le stoffe, i cuoi operati, i mobili intarsiati. È come entrare nella bottega di un antiquario, ma la più bella del mondo. Se esiste un paradiso per gli antiquari e gli storici dell’arte è il Bargello».

Spesso si dice che non esiste migliore opera d’arte di un paesaggio. Estendendo il discorso a tutta la Toscana, qual è il panorama o la veduta alla quale si sente più legato?
«La bellezza del paesaggio toscano è la bellezza artificiale. Il paesaggio più bello di Firenze, per fortuna si è conservato, ed è fatto dalle colline intorno alla città. Non è un paesaggio naturale, ma è costruito. Sono state generazioni di mezzadri, di boscaioli, di terrazzieri, di architetti, di maestri di giardini e di idraulici a costruire questa opera mirabile e assolutamente artificiale che è il paesaggio di Firenze. Diceva Franz Anatol: “Il dio che ha fatto il paesaggio di Firenze era un orafo, un cesellatore di medaglie, un pittore, un arazziere, era un fiorentino”. La bellezza della regione è che offre un paesaggio variegato. In un certo senso la Toscana è come un continente, si passa dai boschi delle conifere e di faggi del monte Falterona e poi si va verso le spiagge della Versilia, dove sembra di essere dentro l’Alcyone. Si attraversa la Val d’Orcia e si arriva fino alle crete di Siena con un paesaggio che potremmo incontrare nella Mongolia interna, un paesaggio assolutamente disabitato fatto di colline coltivate a grano o con pascoli. Questa è la varietà del paesaggio italiano».

Anche dal punto di vista dei sapori la tradizione eno-gastronomica della Toscana è profondamente legata alla cultura del rinascimento. Esiste secondo lei un piatto che possa unire l’arte, la cultura e la storia?
«Il piatto “etnico” per eccellenza della Toscana è la ribollita perché è un piatto povero, però intriso di quella cultura, di quella sapienza che bilancia i sapori, gli odori e che è tipica della civiltà contadina. Non dimentichiamo che la Toscana è un grande paese contadino, un paese mezzadrile. L’imprinting, il codice genetico dei toscani è proprio la cultura mezzadrile che dall’agricoltura è passata poi all’artigianato. Il mezzadro che aveva in affidamento un piccolo podere arido per sopravvivere doveva organizzarsi in azienda familiare, doveva imparare a fregare il padrone, doveva sfruttare ogni piega del podere, ogni ramo di albero. E questa cultura e capacità di intraprendenza si è tradotta pari pari nella tradizione artigianale e culinaria toscana».

• di N.N.M.



Nella foto, Ponte Vecchio