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Viaggi - Osservatorio sul turismo di qualità

In uno scenario regale scorrono otto secoli di eccellenza artistica mondiale, allestiti con maestria da Nicola Spinosa. La storia più gloriosa di Napoli abita qui     

Nicola Spinosa, professore di museologia e storia del collezionismo presso l’Istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli e curatore delle collezioni museografiche presenti a Capodimonte
Nicola Spinosa, professore di museologia e storia del collezionismo presso l’Istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli e curatore delle collezioni museografiche presenti a Capodimonte

 È lo scrigno dei gioielli artistici e storici di Napoli. Avvolto nel verde abbraccio di quel Real bosco che incornicia la sontuosa reggia fatta costruire da Carlo di Borbone alla metà del Settecento, il Museo nazionale di Capodimonte è «una delle istituzioni museali italiane più ammirate e apprezzate a livello internazionale». Ad affermarlo è Nicola Spinosa, soprintendente di Napoli dal 1984 al 2009 e professore di museologia e storia del collezionismo presso l’Istituto universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli, ma soprattutto colui che in veste di curatore delle collezioni museografiche più importanti presenti a Capodimonte si è speso più di ogni altro per la valorizzazione di questa gemma del patrimonio culturale italiano. Tanto da meritarsi nel 2008 il “Fiac Excellency Award” come uomo che ha maggiormente contribuito alla diffusione della cultura italiana negli Stati Uniti.

A Capodimonte pulsa il cuore dell’arte partenopea. Cosa rappresenta questo luogo per la città? 
«Sebbene sia ancora mal collegato con il centro e frequentato soprattutto da visitatori stranieri, è il solo museo, con quello della Certosa di San Martino, in cui si trova ampiamente documentato il ruolo di Napoli come antica capitale europea e mediterranea. Una città che dal Medioevo ai giorni nostri, pur tra luci e ombre, miseria e nobiltà, fasti e misfatti, ha sempre espresso, nel campo delle arti e della cultura, una feconda vocazione ad accogliere e a combinare, voci e tendenze diverse in una dimensione cosmopolita».

  Quali capolavori sono custoditi?
«Negli ambienti lussuosi della reggia sono presenti le celebri collezioni di casa Farnese e dei Borbone di Napoli, gli oggetti di arte orientale e occidentale del cardinale Stefano Borgia, i dipinti e sculture legati alla storia delle arti a Napoli dal Duecento all’Ottocento, da Simone Martini a Caravaggio, da Colantonio a Luca Giordano, da Gigante a De Nittis. E ancora gli arazzi fiamminghi con la “Battaglia di Pavia”, i raffinati arredi e le preziose porcellane del Settecento, i mobili, i dipinti e le sculture dell’Ottocento. Ampia è la sezione con opere di artisti contemporanei di varia provenienza, ma tutti legati alla storia della città: da Burri ad Andy Warhol, da Kounellis a Pistoletto e tanti altri, napoletani compresi. Un luogo dal valore gigantesco, accresciuto dai nuovi allestimenti che ne valorizzano la doppia funzione di residenza regale e di museo di formazione prevalentemente dinastica».

Quali sono i percorsi più affascinanti da compiere?  
«Innanzitutto il percorso al piano nobile della galleria farnesiana. Dopo la sala di Tiziano con i celebri ritratti di Paolo III con i nipoti, di Carlo V e di Filippo II d’Asburgo, si passa davanti a opere suddivise per “scuole”, di Masaccio e Botticelli, di Giovanni Bellini, Carpaccio e Lorenzo Lotto, dei manieristi toscani o romani, di Correggio e Parmigianino, di Pieter Breughel il Vecchio e di Annibale Carracci o Guido Reni. Poi c’è la visita all’appartamento reale, con preziosi mobili di manifattura settecentesca, dipinti di Pannini, ritratti di Mengs o di Goya la “galleria” delle porcellane delle reali fabbriche di Capodimonte e di Napoli. Non meno affascinante la cosiddetta galleria napoletana al secondo piano, in cui spicca la monumentale, umanissima e dolente Flagellazione di Cristo dipinta dal Caravaggio a Napoli tra il 1606 e il 1607».

  Il museo s’inserisce all’interno della reggia. Fra arredo e decorazioni, quali sono gli elementi che un visitatore che voglia respirarne il valore storico non può perdersi?
«I più importanti si trovano certamente nella galleria farnesiana con parziale ripresa dell’ordinamento settecentesco, e nell’appartamento reale, con mobili,arazzi e porcellane, tra le quali il celebre boudoir di Capodimonte “alla cinese” che in origine decorava l’antibagno della regina Maria Amalia di Sassonia, moglie di Carlo di Borbone, nella reggia di Portici alle falde del Vesuvio. Nel secondo Ottocento fu trasferito in un ambiente della ex residenza borbonica di Capodimonte, già in parte adattata a museo».

  L’arte contemporanea napoletana, specie negli anni ’80, ha vissuto una stagione vivace che l’ha proiettata sulla scena internazionale. Quali tracce se ne trovano a Capodimonte?
«Donate da artisti e galleristi o concesse in prestito a lungo termine da collezionisti privati, tutte le opere contemporanee esposte tra il secondo e il terzo piano della reggia-museo portano la firma di artisti che, per un legame affettivo e culturale con Napoli, per storia e vicende artistiche hanno, dal 1978, esposto a Capodimonte o negli altri musei dipendenti dalla Soprintendenza napoletana. Dal Cretto nero di Alberto Burri fino alle ultime, tra cui quelle di Kiefer, Bourgeois, Ontani e Cantridge».

 Tra parco, reggia e museo, riesce a individuare 2-3 angoli che lei ama particolarmente?
«Per chi come me ha vissuto per 40 anni, di cui 25 come soprintendente, tra Capodimonte e gli altri musei dipendenti nel tentativo presuntuoso di rinnovarli e di restituirli migliori ai napoletani, è quasi impossibile segnalare uno o più luoghi prediletti, perché in qualche modo li sento tutti come “pezzi di cuore”. Certo non posso negare che, quando posso, mi piace molto sostare davanti al Ritratto di Paolo III con i nipoti di Tiziano o all’Antea del Parmigianino. Ma resterei ore pure nella piccola sala con la Flagellazione del Caravaggio o davanti al monumentale Cretto nero di Alberto Burri, dove è raccontata tutta l’amara e dolorosa vicenda umana dell’essere e dell’esistere».     

• di Giacomo Govoni