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Viaggi - Osservatorio sul turismo di qualità
La Grotta di Ispinigoli

Nelle viscere più intime e a tratti selvagge della Sardegna, pulsa il mistero. Vicende oscure e storie enigmatiche che catturano la fantasia e ne nutrono il fascino. Gianmichele Lisai ne ha scelte 101

Gianmichele Lisai, scrittore ozierese
Gianmichele Lisai, scrittore ozierese

Comunque vesta, la Sardegna ti mozza il fiato. A sole alto, col candore dorato delle spiagge mescolato al pastello venato di smeraldo delle acque costiere. Dopo il tramonto, con le luci sfavillanti e caleidoscopiche che tinteggiano la notte. O con l’abito più enigmatico, intessuto di storia e narrazione a tinte gialle, che lascia intendere l’arcano, ma non lo risolve. Che dissemina tracce esoteriche tra i boschi e le rocce dell’entroterra, ma non le decifra. È il volto misterioso della Sardegna, quello distante dai luccichii della mondanità, ma che seduce ugualmente per quel suo animo sfuggente che piace tanto a chi della terra isolana ha scritto e scrive. Come Gianmichele Lisai, 33enne ozierese di nascita e maddalenino d’adozione, autore di libri che parlano della sua isola, tra cui “101 misteri della Sardegna (che non saranno mai risolti)”, edito da Newton Compton. «La Sardegna – sottolinea lo scrittore – è un continente di misteri in divenire: offre continue scoperte. Perfino la recente, drammatica, alluvione ha riportato in luce reperti ossei di origine incerta».

Dal suo libro emerge il ritratto di un’isola zeppa di segreti. A quando risalgono e dove abitano i più antichi che lei ha scovato?
«Il più antico è racchiuso nel primo capitolo del libro dedicato a Nur, un “uomo” che ha vissuto sull’isola circa 250.000 anni fa, del quale è stata ritrovata una falange nella grotta di Nurighe. Nur, cronologicamente, si può collocare tra l’Homo erectus e l’uomo di Neanderthal, ma data l’esiguità del reperto ritrovato non è stato possibile identificarne la specie con certezza. Difficile anche stabilire come sia giunto in Sardegna e non possiamo escludere che della Sardegna fosse originario».

Dei 101 misteri che lei ha individuato, vogliamo selezionare i più affascinanti da inserire nell’itinerario settimanale di un ipotetico turista noir?
«Be’, se il tema è il noir e la zona il nord, una visita obbligatoria è quella all’Asinara, isola ribattezzata “del Diavolo”, “Cayenna del Mediterraneo” e “Alcatraz italiana”. Il supercarcere che lì aveva sede, ritenuto inviolabile, ha ospitato alcuni dei più noti criminali italiani. Tutti quelli che hanno tentato l’evasione sono stati ritrovati sull’isola stessa, a volte vivi ma spesso cadaveri riportati dal mare, lì particolarmente inquieto. L’unico detenuto che è riuscito a espugnare il supercarcere dell’Asinara è stato il bandito sardo Matteo Boe. Quell’impresa, inevitabilmente, lo ha consegnato alla leggenda».

Tra gli intrighi che ha tentato di risolvere, c’è quello del “muto di Gallura”. A quali luoghi si lega la sua storia e quali verità custodisce?
«Oltre un secolo prima di me, Enrico Costa ha tentato di risolvere quell’intrigo, dedicando al muto un romanzo storico. Il luogo a cui si lega la figura di questo bandito leggendario è Aggius, paese gallurese bellissimo e turbolento, teatro di una delle faide più sanguinarie della Sardegna. La storia del muto custodisce un mistero, come testimoniato da Leonardo Sechi, al tempo dei fatti rettore di Aggius, il quale, unico a conoscere la verità sulla sorte del bandito, dichiarò: “Trattasi di un segreto conosciuto da Dio in cielo e da me in terra. Ma Dio non lo svelerà agli uomini, perché non si fida della loro giustizia: e io lo porterò nella tomba, perché tale è il mio dovere”».

Un manto di storia e leggenda avvolge da sempre il significato dei 4 mori sullo stemma della Sardegna. Lei ha provato a scavare nell’enigma: cos’ha scoperto?
«Alcuni studiosi rimandano il simbolo dei 4 mori a uno stemma papale consegnato ai pisani giunti in Sardegna per combattere i saraceni che assediavano l’isola. Compaiono spesso mori ritratti in gonfaloni papali, ad esempio in quello di Benedetto XVI. Altri ritengono che il simbolo sia di origine templare, teoria che personalmente trovo piuttosto fantasiosa. Di certo i quattro mori compaiono anche nello scudo araldico aragonese, in memoria della storica battaglia di Alcoraz in cui Pietro I d’Aragona sconfisse i musulmani. Secondo la leggenda, sul campo di battaglia, furono raccolte le teste mozzate di 4 mori. L’episodio è stato immortalato anche in un dipinto».

Lei ha scritto anche una guida su 101 cose da fare almeno una volta in Sardegna. Quale proporrebbe a un visitatore straniero, magari appassionato di archeologia?
«Tra nuraghi, pozzi sacri, tombe dei giganti e perfino una ziqqurat, l’unica rinvenuta nel Mediterraneo occidentale, c’è l’imbarazzo della scelta. Proporrei magari un itinerario archeologico che attraversi l’isola intera da nord a sud. Dovendo sceglierne una, forse consiglierei di percorrere la scalinata che conduce al fondo del pozzo sacro di Santa Cristina, a Paulilatino, in provincia di Oristano: un monumento straordinario, esoterico, legato al culto dell’acqua. Personalmente, poi, sono un grande appassionato di archeologia industriale. Da questo punto di vista il Sulcis-Iglesiente è una miniera di tesori, in tutti i sensi».

Per gli amanti del brivido, secondo lei, qual è in assoluto il luogo più oscuro della Sardegna?
«Un luogo suggestivo e, in un certo senso, terrificante è il cosiddetto Abisso delle Vergini: una gola che si trova all’interno della grotta-tempio di Ispinigoli, nel Supramonte di Dorgali. Leggenda vuole che in quell’inghiottitoio venissero gettate, in sacrificio agli dei, le vergini. Ancora oggi, durante certe notti si possono sentire, mescolati al rumore del vento, i lamenti delle anime di quelle povere fanciulle».

• di Giacomo Govoni



In Apertura, la Grotta di Ispinigoli