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Viaggi - Osservatorio sul turismo di qualità
Ferdinando Scianna, Milano, “Carnevale Ambrosiano, 1982. Archivio di Etnografia e Storia Sociale - Regione Lombardia

«L’intervallo di libertà con il quale si concedeva agli umili di fare il proprio sberleffo al padrone». Questo era il carnevale per Ferdinando Scianna. Un carnevale spesso immortalato. Come quello ambrosiano, tra interesse antropologico e affezione per Milano

Il fotografo italiano Ferdinando Scianna
Il fotografo italiano Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna ha iniziato a scattare fotografie in Sicilia, sua terra natale, nei primi anni Sessanta. Come lui stesso racconta, ad appassionarlo erano in particolare quelle feste popolari dove «i siciliani esprimevano la loro identità e la loro natura più profonda». Quelle fotografie gli hanno permesso di incontrare Leonardo Sciascia. E da quell’incontro hanno preso le mosse un libro, Feste religiose in Sicilia, ma soprattutto l’amicizia fondativa, «capitale», della vita di uno dei più noti e acclamati fotografi italiani. Un’artista che, spesso e volentieri, ha ritratto con il suo obiettivo le diverse e variegate espressioni del carnevale italiano.

Dove nasce la predilezione per il mondo del carnevale e come si inserisce nel corpus dei suoi lavori?
«Dal volume Feste religiose in Sicilia nacquero il mio interesse per l’antropologia e l’incontro con altri personaggi determinanti per la mia vita e la mia formazione. Roberto Leydi, per esempio, che in quegli anni insieme a Diego Carpitella inventava l’etnomusicologia italiana. Attraverso Leydi entrai come giovanissimo fotoreporter all’Europeo e con Leydi mettemmo in cantiere una ricerca sui carnevali del nord Italia che seguimmo per anni, anche se il libro che avrebbe dovuto concluderla non si è mai realizzato. Il lavoro sui carnevali, ma non solo quello, si colloca, quindi, in perfetta continuità con i miei interessi antropologici».

Quali sono per lei le sfide maggiori nel fotografare questi eventi?
«Le cose sono cambiate nel tempo. Quando ho cominciato a frequentare feste e manifestazioni popolari, ero spesso il solo fotografo. Eravamo convinti di avere il compito di salvare la memoria di fenomeni culturali che si stavano inabissando nella dimenticanza. E pensavamo che questo avesse un grande valore nel cambiamento da noi sognato della miserabile e ingiusta società che vivevamo. Abbiamo, invece, consegnato le nostre immagini ai beccamorti degli enti del turismo, alle riviste patinate di viaggio, alla retorica della cultura popolare rivomitata come kitsch, come mercificato cadavere. Oggi nelle feste, nei carnevali, la maschera più diffusa è quella del fotografo e la gente nella maggior parte dei casi non celebra più un rito, ma recita una rappresentazione per i mass media».

Facendo riferimento specifico al carnevale ambrosiano, che cosa l’ha colpita di più?
«L’elemento che più mi è piaciuto quelle due o tre volte che ho fotografato il carnevale ambrosiano è che vi convergono gruppi dai vari paesi della provincia. Anche alcuni, come quelli di Bagolino, che in un certo senso furono una scoperta di Leydi e Carpitella. Tutto prende una connotazione urbana, da sfilata di città, più ricca, ma contaminata. Siccome Milano è la mia città – io mi sento milanese come Stendhal, pur rimanendo sicilianissimo – questo aspetto mi appassiona».

Ha puntato l’obiettivo su persone in maschera, partecipanti attivi della sfilata, ma anche su semplici avventori e curiosi di tutte le età. Quali sensazioni ha voluto comunicare?
«Non mi pongo mai, come fotografo, il problema di che cosa voglio comunicare. Le cose accadono e io cerco di coglierne un attimo di senso e di forma. Sono le fotografie che poi mi rivelano che cosa ho visto o ho capito, se qualcosa ho visto e capito».

In quest’epoca di disincanto, qual è il senso che assume oggi il carnevale? E la fotografia ritiene sia cambiata in questi anni nelle sue modalità espressive?
«In passato il carnevale era il mondo alla rovescia, il breve intervallo di libertà con il quale si concedeva agli umili e oppressi della società, dietro l’anonimato della maschera, di fare impunemente il proprio sberleffo al padrone, a Dio persino, almeno nelle figure dei suoi carnevaleschi ed esosi rappresentanti. Oggi è gioco consumistico. Incanaglimento piccolo borghese. La sua trasgressione, se ancora ve n’è memoria, è diventata esclusivamente simbolica, i coriandoli invece dei secchi di letame, lo strombazzamento invece dell’insulto e della bestemmia. Nell’universale ideologia della moda, l’unica sopravvissuta, la trasgressione non si vive, si indossa per qualche ora. La fotografia segue, e qualche volta provoca, questa trasformazione. Volevamo cambiare il mondo con le fotografie, il mondo ha cambiato noi e le nostre fotografie».

Cosa le ha dato e le dà la fotografia e cosa, invece, lei ha dato e continua a dare alla fotografia?
«La fotografia mi ha dato molto di più di quanto io abbia dato alla fotografia. Un mestiere meraviglioso, una maniera di entrare in rapporto con il mondo e di fare entrare il mondo in rapporto con me. Credo, spero, di aver dato alla fotografia passione, semplicità, onestà intellettuale».

• di Francesca Druidi



Uno scatto di Ferdinando Scianna, Milano, “Carnevale Ambrosiano”, 1982. Archivio di Etnografia e Storia Sociale - Regione Lombardia